Ebola

Virus Ebola

Il virus Ebola appartiene alla famiglia Filoviridae genere Filovirus.

E’ un virus estremamente aggressivo, provoca un quadro complesso di segni e sintomi rapidamente ingravescenti riconducibili al complesso delle febbri emorragiche virali. Per l’elevato potenziale di contagiosità è classificato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) tra gli agenti patogeni che richiedono il massimo livello di biosicurezza (BLS4). A oggi sono stati isolati cinque sottotipi di Ebola:  “Zaire”Ebolavirus (EBOV), il più virulento; “Costa d'Avorio” “Sudan”Ebolavirus, (SUDV); Ebolavirus (TAFT); “Bundibugyo”Ebolavirus (BDBV) (con tassi di mortalità variabili dal 34 al 67%).“Reston”Ebolavirus (RESTV), 

I primi quattro sono patogeni per l’uomo e hanno provocato molte epidemie in Africa.

 

Modalità di trasmissione

Il serbatoio naturale del virus sembra essere un pipistrello frugifero (    ); un grosso chirottero delle foreste tropicali che si nutre di frutta.

Nella genesi di un focolaio, si ipotizza che il “paziente zero” si contagi a seguito di contatto diretto con animale infetto (fluidi corporei).

Per contagiare l'uomo il virus potrebbe aver infettato scimmie, o altri animali della foresta e poi l'uomo attraverso il fenomeno del consumo di “bushmeat” (carne di foresta) e il successivo trasporto di queste prede selvatiche (antilopi, scimpanzé, volpi volanti). . Il fenomeno del “bushmeat” (illegale in Costa d’Avorio ma non in Liberia – non a caso è stato creato il mercato “ad hoc” di Daobly, al confine tra i due Paesi) si è esacerbato negli ultimi 20 anni in virtù dell’aumento dello sfruttamento industriale e minerario delle aree forestali: l’approvvigionamento  difficile di alimenti ha spinto gli abitanti dei singoli villaggi, nonché gli operatori locali delle prefate compagnie, a ricorrere a questa pratica. Le lesioni causali determinate dalle propaggini o artigli di queste prede sanguinanti, trasportate a dorso nudo (a contatto diretto con la cute dei cacciatori), possono aver rappresentato la via di accesso del patogeno nell’uomo e il conseguente spread della patologia. 

La trasmissione da persona a persona si verifica attraverso: 

  • lo stretto contatto personale (contatto con fluidi corporei infetti) con un individuo contagioso, soprattutto durante la fase finale dell’infezione, correlata a massivi livelli di viremia, o con un cadavere infetto;
  • le infezioni nosocomiali attraverso il contatto con fluidi corporei infetti dovuti al riutilizzo o inoculo accidentale da siringhe non sterili, aghi, o altre apparecchiature medicali contaminate con questi fluidi. 
  • in Africa, dove si sono verificate le epidemie più gravi, le cerimonie di sepoltura (in cui i familiari lavano il corpo del deceduto) e il diretto contatto con i cadaveri hanno probabilmente avuto un ruolo significativo nella diffusione della malattia

 

Contagiosità

La capacità di trasmissione è strettamente correlata alla viremia; questa inizia mediamente 7 giorni dopo il contagio. La contagiosità perdura finché sangue, secrezioni, organi o seme contengono il virus: il Virus Ebola è stato isolato dallo sperma fino a 40 (anche 90 giorni) dopo l'insorgenza della malattia e la trasmissione attraverso lo sperma è stata accertata dopo 7 settimane dopo la guarigione clinica. Il virus presenta un indice di infettività e virulenza altissimo e la trasmissione da soggetti ammalati o cadaveri di deceduti per virus Ebola, oltre che essere possibile per diversi giorni, è molto rapida attraverso fluidi corporei, come muco o sangue, ma anche attraverso lacrime, saliva, latte materno, sperma, sudore, oltre che feci e vomito. L’infezione di un solo individuo in una comunità determina la sua diffusione con estrema rapidità nonché tassi di letalità che spaziano dal 50% all’89% tra le persone colpite, secondo il ceppo virale coinvolto. Non esiste diffusione aerogena dimostrata e pertanto la trasmissione certa è basata sul contatto diretto o indiretto da fomiti contaminati da liquidi biologici infetti. 

 

Aspetti clinici

Il tempo di incubazione è, mediamente, di otto giorni (2-21 giorni). I segni clinici precedenti la forma emorragica non sono specifici.

1. Fase iniziale: 

dopo un periodo di incubazione si manifesta il quadro di virosi acuta caratterizzato da una sindrome simil-influenzale (febbre, mialgia, artralgia, mal di testa) e un quadro psicomotorio caratterizzato da astenia profonda; nei successivi 3-4 giorni compaiono ulteriori segni clinici mucocutanei (congiuntivite, rash maculare, disfagia) e gastrointestinali (diarrea profusa e vomito).  

2. Fase del miglioramento temporaneo o apparente: 

remissione apparente della sintomatologia con un intervallo di diversi giorni durante i quali la condizione generale apparentemente migliora e scompare la febbre; Il perdurare silente della virosi acuta determina microcoagulazione diffusa in circolo e conseguente aumento della viscosità. 

3. Fase terminale:

a seguito dell’aderenza dei microcoaguli ai lumi vasali, si determina il fenomeno detto della "pavimentazione" con riduzione del trofismo e irrorazione di svariati organi che vanno incontro a necrosi (cervello, fegato, reni, polmoni, intestino, testicoli, mammelle) mentre sulla epidermide compare un quadro emorragico petecchiale. Successivamente l’epidermide presenta estesi esantemi maculopapulari sino all’ulcerazione emorragica. Questa fase è caratterizzata da segni neurologici di encefalite (agitazione, convulsioni) e segni patognomonici emorragici (sanguinamento delle gengive, ematemesi, melena, più raramente epistassi, emottisi, emorragie genitali o ematoma). 

Diagnosi

Le principali tecniche utilizzate si basano sulla ricerca di materiale genetico virale mediante PCR o la ricerca di anticorpi IgM o IgG con metodi sierologici ELISA.

La tecnica PCR - RT  è estremamente efficace nell’identificazione del virus e può essere utilizzata sin nelle prime fasi dell’infezione: infatti è stata dimostrata un'ottima correlazione tra la fase febbrile e la conseguente viremia. La PCR – RT potrebbe consentire la diagnosi di febbre emorragica da virus Ebola non appena il paziente viene posto sotto osservazione ed è, altresì, da ritenersi la tecnica più adatta per discriminare i casi sospetti in un contesto di emergenza.

Purtroppo le tecniche sierologiche non sono molto sensibili per la diagnosi di Ebola. 

La mancanza di specificità di segni clinici, soprattutto nella fase iniziale espande notevolmente lo spettro della diagnosi differenziale che deve comprendere non solo le malattie tropicali endemiche in questa regione (malaria compresa) ma anche le malattie cosmopolite che non dovrebbero essere trascurate in virtù di possibili viaggi di ritorno di Paesi tropicali.

 

Primo soccorso / trattamento

Non esistono cure o  vaccini.  L’unica strategia di trattamento possibile consta nel mantenere e preservare la funzionalità renale, l'equilibrio elettrolitico e porre in essere supporto farmacologico antiemorragico, con una proteina anticoagulante, e antishock. E’ stata sperimentata la trasfusione di siero da convalescenti con esito favorevole. 

La prevenzione si affida, quindi, al rispetto delle misure igienico sanitarie, alla capacità di una diagnosi clinica e di laboratorio precoci e all’isolamento dei pazienti. I pazienti devono essere, infatti, isolati fino al termine della fase viremica (circa 3 settimane dall’esordio della malattia). Vanno sottoposti a sorveglianza sanitaria presso strutture ospedaliere anche i contatti ad alto rischio, cioè tutti coloro potenzialmente infettati dal materiale biologico di un caso.

Per il personale sanitario che ha in cura i casi accertati o sospetti è fondamentale evitare il contatto con il sangue e le secrezioni corporee utilizzando adeguate attrezzature per la protezione individuale (maschera, guanti, camice, occhiali).

Per limitare l’epidemia, è importante identificare l’intera catena di trasmissione, cioè tutti gli individui che sono entrati in contatto con pazienti e che potrebbero essere stati contaminati. Le comunità dove si è registrata l’epidemia devono essere informate sulla malattia e sulle precauzioni da usare per ridurre i rischi di contagio: semplici misure igieniche di base, come lavarsi accuratamente le mani, possono ridurre significativamente il rischio di trasmissione.